Tarassaco: un evergreen per la depurazione di primavera

di Deborah Pavanello

Dopo l’Abete, il Prugnolo e il l’Iperico continua il nostro viaggio nell’universo tanto ricco quanto spesso ignorato delle piante officinali. La primavera è esplosa, e allora è giunto il momento del Tarassaco!

Taraxacum officinale (L.) Weber
Famiglia: Asteraceae
Ordine: Asterales

Originario di tutto l’emisfero settentrionale, il Tarassaco è comune nei prati, nei campi, ai margini dei sentieri, nei terreni incolti e nei boschi fino a circa 2000 metri. Se ne conoscono numerose sottospecie e varietà.

Chiamato anche “dente di leone” per la forma delle sue foglie, “soffione” e, in alcuni dialetti, “piscialetto”, Tarassaco è uno dei rimedi più noti della tradizione popolare: i boccioli fiorali venivano messi sotto aceto o caramellati con zucchero, le foglie giovani, crude o cotte, componevano le insalate depurative di primavera e le radici tostate fungevano da surrogato del caffè. L’infuso serviva, oltre che per depurare il fegato, anche per scacciare la febbre, lenire i dolori reumatici, stimolare la funzionalità dell’intestino e aumentare la diuresi.dandelion-589709_1920

Tra le prime Asteraceae a fiorire nei prati dopo l’inverno, Tarassaco è, al pari di altre erbe primaverili, un messaggero di rinnovamento. Il colore giallo dei fiori e il sapore amaro orientarono da subito i nostri antenati verso un suo uso epatico, poiché la Dottrina delle signature riteneva che queste caratteristiche fossero assimilabili a quelle della bile.

Infine, secondo la visione antroposofica, la presenza del lattice indica che l’aspetto luminoso e calorico del cosmo penetra profondamente nell’organismo vegetale dei liquidi, modificandone la consistenza e rendendoli viscosi. Nel corpo umano risponderebbero alla stessa sollecitazione il rene, con un aumento della diuresi, ma soprattutto il fegato, organo calorico ma anche acquoso, la cui funzionalità viene sostenuta e migliorata.

PER COSA È INDICATO
Depura l’organismo, per esempio al cambio di stagione. Riduce lo stato di intossicazione che sostiene l’infiammazione e favorisce la cronicizzazione di disturbi.
Disfunzioni epatobiliari ed epatopancreatiche, come dispepsia, alitosi, inappetenza, stasi biliare, tendenze alla litiasi biliare, colelitiasi, gonfiori addominali, pancreatiti, ipercolesterolemia, disbiosi intestinale, stipsi.
Oliguria, iperuricemia, forme reumatiche, gotta, connettiviti.

Non va utilizzato in caso di occulusioni delle vie biliari e dell’ileo.

 

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